di Alessandro Freddi
«Ogni Stato è etico in quanto una delle sue funzioni più importanti è quella di elevare la grande massa della popolazione a un determinato livello culturale e morale.»
Antonio Gramsci scrisse queste parole nel carcere di Turi, tra il 1929 e il 1935, sotto la sorveglianza del censore fascista. Scriveva di storia, di cultura, di filosofia. Stava costruendo, per frammenti e per allusioni, il più potente strumento teorico per capire come funziona davvero il potere quando non spara.
La domanda che ossessionava Gramsci
Quando Gramsci viene arrestato nel 1926, il capitalismo occidentale ha già superato più di una crisi senza implodere. Le rivoluzioni che sembravano imminenti (in Germania, in Ungheria, in Italia stessa), sono fallite o sono state sconfitte. Il proletariato europeo, secondo tutti gli schemi marxisti disponibili, avrebbe dovuto ribellarsi. Non lo aveva fatto, o non abbastanza. Perché?
Questa è la domanda che guida i “Quaderni del carcere”. E la risposta che Gramsci costruisce, mattone per mattone, nei trentatré quaderni scritti in prigione, è che le classi dominanti non governano soltanto con la forza. Governano con il consenso. Non soltanto con la polizia e l’esercito, ma con la scuola, la chiesa, la stampa, il cinema, il linguaggio comune, i modi di pensare che sembrano “naturali” e che invece sono storicamente prodotti e politicamente orientati.
Questo è il concetto di egemonia culturale: il dominio che si esercita non attraverso la coercizione ma attraverso il consenso, non il fascismo che impone, ma il cinema che seduce, non il decreto che proibisce, ma il senso comune che persuade senza bisogno di argomenti.
Egemonia: il dominio che non si vede
Gramsci distingue due forme di potere. La prima è la dominazione: è il potere esercitato direttamente dallo Stato attraverso i suoi apparati coercitivi, le leggi, la polizia, l’esercito. La seconda è la direzione: è il potere esercitato indirettamente attraverso la società civile, le istituzioni culturali, le chiese, le scuole, i mezzi di comunicazione, i partiti. L’egemonia è precisamente questa seconda forma: un blocco storico che guida, non che impone; che convince, non che minaccia.
L’egemonia è solida quando il gruppo dominante riesce a presentare i propri interessi particolari come interessi generali, la propria concezione del mondo come l’unica concezione ragionevole. Quando ciò avviene, la classe subalterna non solo obbedisce: collabora. Interiorizza le categorie con cui viene pensata la sua stessa condizione. Il lavoratore che si considera “liberato” dal consumo, il contadino che aspira al modello urbano che lo ha espulso, il cittadino che vota contro i propri interessi materiali convinto di votare per i propri valori: questi sono i frutti dell’egemonia riuscita.
Il concetto chiave che permette di capire come avviene questa operazione è quello di senso comune. Gramsci chiama senso comune l’insieme di convinzioni, immagini e categorie che le persone comuni usano per orientarsi nel mondo senza aver bisogno di teorie esplicite. Il senso comune non è mai neutro: è il deposito storico delle ideologie precedenti, il luogo in cui le concezioni delle classi dominanti si sono sedimentate nel tempo fino a sembrare ovvie. Ogni regime egemonico lavora sul senso comune: non lo impone con la forza, lo modifica lentamente, lo arricchisce di nuove immagini, lo orienta verso nuove normalità. Va però precisato subito un punto che Gramsci non smette mai di sottolineare: l’egemonia non è mai totale né stabile. Il senso comune è contraddittorio, stratificato di epoche diverse, percorso da tensioni. Nelle classi subalterne sopravvivono sempre elementi antagonisti (frammenti di “buon senso”, come li chiama Gramsci) che resistono all’omologazione e che il blocco dominante deve continuamente contenere, neutralizzare, riformulare. Il consenso va sempre riconquistato. Questa instabilità è precisamente ciò che rende l’analisi egemonica uno strumento critico e non una teoria della rassegnazione.
Gli intellettuali organici e la macchina del consenso
Chi produce e distribuisce questo consenso? Gramsci risponde con un’altra distinzione fondamentale: quella tra intellettuali tradizionali e intellettuali organici. I primi sono i custodi della cultura ufficiale: sacerdoti, professori, giuristi, che si presentano come autonomi dal potere ma in realtà ne garantiscono la continuità. I secondi sono quelli che ogni classe sociale si forma per elaborare e diffondere la propria concezione del mondo: giornalisti, registi, pubblicitari, tecnici dell’informazione, manager culturali.
In una società egemonica avanzata, questa distinzione tende a dissolversi nella pratica: gli intellettuali organici del blocco dominante occupano le posizioni degli intellettuali tradizionali, saturano lo spazio culturale, rendono marginale o invisibile ogni alternativa. La scuola insegna i valori del gruppo dominante come valori universali. I media raccontano la realtà con le categorie del gruppo dominante. L’intrattenimento veicola i modelli di vita del gruppo dominante come l’orizzonte naturale dell’aspirazione umana.
Gramsci aveva già visto questo meccanismo all’opera nel Quaderno 22, dedicato ad “Americanismo e fordismo”. Nell’Italia del dopoguerra, scriveva, il modello americano di produzione e di vita stava penetrando non solo nell’economia ma nella cultura, nel corpo, nelle abitudini quotidiane. Non era un’invasione militare. Era qualcosa di più sottile e più efficace: la costruzione di un desiderio, l’identificazione del moderno con l’americano, del progresso con lo stile di vita d’oltreoceano.
Perché questo schema è ancora necessario
Il concetto di egemonia ha avuto una storia strana. È diventato celebre, ma spesso è stato usato come sinonimo generico di “dominazione culturale”, perdendo la precisione che ne fa la forza. Perry Anderson, nel suo saggio critico del 1976 sulle Antinomie di Gramsci, ha mostrato le ambiguità del concetto nell’opera stessa di Gramsci: a volte egemonia indica la direzione culturale che una classe esercita sulle alleate, a volte l’insieme del dominio comprendendo anche la coercizione. La distinzione tra le due accezioni non è pedanteria: cambia radicalmente ciò che stiamo descrivendo e ciò che stiamo cercando.
Per questa serie useremo il concetto nella sua accezione più precisa e più utile: l’egemonia è quel processo per cui un gruppo sociale riesce a far accettare la propria concezione del mondo come la concezione ovvia, naturale, razionale,, senza ricorrere sistematicamente alla forza. Un processo che richiede attori identificabili, istituzioni specifiche, risorse materiali ingenti, e che produce effetti misurabili nella trasformazione del senso comune.
È con questo strumento che analizzeremo ciò che è accaduto all’Italia dopo il 1945. Non si tratta di antiamericanismo: si tratta di analisi. Il cinema di Hollywood, la televisione commerciale, il rock and roll, il fast food, il linguaggio aziendale, i modelli corporei, le piattaforme digitali: nessuno di questi fenomeni è stato “imposto” con la forza. Tutti sono stati desiderati, adottati, interiorizzati. Questo è esattamente come funziona l’egemonia riuscita: non si sente il morso del guinzaglio perché si cammina spontaneamente nella direzione che il guinzaglio richiederebbe.
C’è un’ironia storiografica che vale la pena notare. Stuart Hall, intellettuale di origine caraibica formatosi in Gran Bretagna, ha ripreso il pensiero di Gramsci negli anni Ottanta per analizzare i meccanismi del dominio culturale anglosassone nel mondo contemporaneo. Il teorico italiano che rifletteva sull’americanismo è diventato strumento analitico nelle mani di un pensatore cresciuto dentro la tradizione culturale che questa serie si propone di esaminare. Ci ricorda che gli strumenti della critica non appartengono a nessuna cultura esclusivamente: appartengono a chi li sa usare con rigore.
La colonia è nel consenso
L’Italia non è mai stata una colonia nel senso giuridico-militare del termine. Nessuna truppa americana ha presidiato le piazze, nessun governatore straniero ha firmato i decreti. Eppure, se osserviamo con gli occhi di Gramsci il processo attraverso cui la cultura anglosassone — prima americana, poi britannica nel suo influente modello mediatico e accademico — ha ridisegnato il senso comune italiano nel corso di ottant’anni, la parola “colonizzazione” appare non come provocazione retorica ma come categoria analitica precisa.
Una colonizzazione avviene ogni volta che una comunità smette di produrre le proprie categorie di pensiero e comincia a usare quelle di un’altra, ogni volta che il proprio modello di vita viene percepito come arretrato e quello altrui come moderno, ogni volta che la propria lingua viene sentita come dialetto e quella straniera come lingua della cultura, dell’economia, del futuro. Tutte queste cose sono accadute in Italia. Documentarle, capirne i meccanismi, identificarne gli attori: questo è il compito delle puntate che seguono.
(segue)
Riferimenti bibliografici
Gramsci, A. (1948–1951). Quaderni del carcere. Einaudi [ed. critica a cura di V. Gerratana, 1975]. In particolare: Quaderno 12 (“Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura”), Quaderno 13 (“Noterelle sulla politica di Machiavelli”), Quaderno 22 (“Americanismo e fordismo”).
Anderson, P. (1976–1977). “The Antinomies of Antonio Gramsci”. New Left Review, n. 100, pp. 5–78.
De Grazia, V. (2005). Irresistible Empire: America’s Advance Through Twentieth-Century Europe. Harvard University Press.
Hall, S. (1986). “Gramsci’s Relevance for the Study of Race and Ethnicity”. Journal of Communication Inquiry, vol. 10, n. 2, pp. 5–27.
Pasolini, P.P. (1975). Scritti corsari. Garzanti.




